La quinta edizione del Festival del Fundraising è la mia quarta. Non potrò scrivere cose originali perché tutti quelli che mi hanno preceduto nel commentare il Festival hanno più o meno usato le mie parole. C’è una specie di linguaggio che ci accomuna, fatto di parole usuali, dirette: riconoscenza, condivisione, generosità, allegria, passione.
La prima volta che ho partecipato non sapevo che sarei diventata una fundraiser. Ero in una sorta di limbo. Credo che lo scatto della professione sia prima di tutto mentale. Se anche cerchi soldi per la tua “buona causa” non è detto che tu sia un fundraiser o che tu abbia la consapevolezza di esserlo. Quando ti chiedono se lo sei, fatichi un po’ all’inizio nella messa a fuoco del tuo ruolo. Lo sei? Sai di esserlo? Conosci gli strumenti che differenziano chi cerca soldi, sporadicamente, empiricamente, da chi lo fa con una strategia?
Ha vinto il premio per il miglior fundraiser dell’anno Marco Panzetti e al momento della premiazione ha detto più o meno queste parole “vi ringrazio per avermi reso consapevole di essere un fundraiser”.
Nel questionario generale c’era perfino la domanda “quanti credi che siano i fundraiser in Italia”? Beh, quanti sapranno di esserlo? Ho risposto 500, mi pare.
Chissà quanti fra questi sono marziani che fanno raccolta fondi nel settore della cultura.
Si torna dal Festival con una valanga di nuovi stimoli. Se riuscissimo ad applicarne un terzo avremmo la certezza di tradurre in nuove entrate per la nostra “buona causa” le sessioni, i workshop, i casi con i quali ci siamo confrontati.
Ricordo che dal mio primo Festival tornai con una sensazione di enorme stupore. Mi trovavo ad ascoltare esperienze di professionisti della raccolta fondi. Quelli bravi, che fanno i risultati, i grandi numeri, raccontavano per filo e per segno come operavano. Trucchi, procedure, schemi, strategie. Un vero atto di generosità collettivo che non ti aspetti. In quale altra professione si condivide pubblicamente tanto know how?
E scopri che è il primo tratto saliente della professione del fundraiser.
Ci sono quelli che cercano soldi e quelli che, come me, cercano donatori felici o partner per qualche progetto. Non ho nulla da temere nella condivisione di quello che so fare. La differenza sarà sempre nel valore del mio coinvolgimento personale. I miei donatori si innamoreranno della mia “buona causa”.
Ho ascoltato anche quest’anno persone che fanno questo lavoro con una passione bella da guardare. Ho visto donatori felici. Annamaria Ternelli Gerra, 88 anni, al momento di ricevere il premio come migliore donatrice dell’anno ci consiglia: “non arredate appartamenti, non arredate il vostro corpo, arredate il vostro cervello”. Tutti in piedi, applauso lungo, rumoroso.
Torno dal mio quarto Festival anche io appagata e molto più coinvolta. Mi sono messa a inviare tweet con l’hashtag del Festival – #FFR12 – e sono stata catapultata nel gruppo dei twitteri del Festival, con tanto di foto in posa (come si capisce stiamo guardando il fotografo davanti a noi ma la foto che finisce su Twitter in tempo reale non è quella del fotografo ufficiale). I momenti di pausa tra una sessione e l’altra sono iniezioni di allegria.
Ho ascoltato tanto, condiviso esperienze, capito la potenzialità dei social network ed è anche questa una novità che voglio applicare nella mia professione.
Al Festival del Fundraising devo riconoscenza per avermi fatto capire che ero una potenziale fundraiser e a Beatrice Lentati ne devo altrettanta per avermi spalancato una finestra su questo mondo che non conoscevo. Allora ero direttrice organizzativa dell’Archivio dei diari e non sapevo di voler fare la fundraiser.
Ora mi sembra di non aver mai voluto fare altro.
E da domattina prima di accendere il computer un po’ di juggling.






















