#FFR12

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La quinta edizione del Festival del Fundraising è la mia quarta. Non potrò scrivere cose originali perché tutti quelli che mi hanno preceduto nel commentare il Festival hanno più o meno usato le mie parole. C’è una specie di linguaggio che ci accomuna, fatto di parole usuali, dirette: riconoscenza, condivisione, generosità, allegria, passione.

La prima volta che ho partecipato non sapevo che sarei diventata una fundraiser. Ero in una sorta di limbo. Credo che lo scatto della professione sia prima di tutto mentale. Se anche cerchi soldi per la tua “buona causa” non è detto che tu sia un fundraiser o che tu abbia la consapevolezza di esserlo. Quando ti chiedono se lo sei, fatichi un po’ all’inizio nella messa a fuoco del tuo ruolo. Lo sei? Sai di esserlo? Conosci gli strumenti che differenziano chi cerca soldi, sporadicamente, empiricamente, da chi lo fa con una strategia?

Ha vinto il premio per il miglior fundraiser dell’anno Marco Panzetti e al momento della premiazione ha detto più o meno queste parole “vi ringrazio per avermi reso consapevole di essere un fundraiser”.
Nel questionario generale c’era perfino la domanda “quanti credi che siano i fundraiser in Italia”? Beh, quanti sapranno di esserlo? Ho risposto 500, mi pare.
Chissà quanti fra questi sono marziani che fanno raccolta fondi nel settore della cultura.

Si torna dal Festival con una valanga di nuovi stimoli. Se riuscissimo ad applicarne un terzo avremmo la certezza di tradurre in nuove entrate per la nostra “buona causa” le sessioni, i workshop, i casi con i quali ci siamo confrontati.

Ricordo che dal mio primo Festival tornai con una sensazione di enorme stupore. Mi trovavo ad ascoltare esperienze di professionisti della raccolta fondi. Quelli bravi, che fanno i risultati, i grandi numeri, raccontavano per filo e per segno come operavano. Trucchi, procedure, schemi, strategie. Un vero atto di generosità collettivo che non ti aspetti. In quale altra professione si condivide pubblicamente tanto know how?
E scopri che è il primo tratto saliente della professione del fundraiser.

Ci sono quelli che cercano soldi e quelli che, come me, cercano donatori felici o partner per qualche progetto. Non ho nulla da temere nella condivisione di quello che so fare. La differenza sarà sempre nel valore del mio coinvolgimento personale. I miei donatori si innamoreranno della mia “buona causa”.

Ho ascoltato anche quest’anno persone che fanno questo lavoro con una passione bella da guardare. Ho visto donatori felici. Annamaria Ternelli Gerra, 88 anni, al momento di ricevere il premio come migliore donatrice dell’anno ci consiglia: “non arredate appartamenti, non arredate il vostro corpo, arredate il vostro cervello”. Tutti in piedi, applauso lungo, rumoroso.

Torno dal mio quarto Festival anche io appagata e molto più coinvolta. Mi sono messa a inviare tweet con l’hashtag del Festival – #FFR12 – e sono stata catapultata nel gruppo dei twitteri del Festival, con tanto di foto in posa (come si capisce stiamo guardando il fotografo davanti a noi ma la foto che finisce su Twitter in tempo reale non è quella del fotografo ufficiale). I momenti di pausa tra una sessione e l’altra sono iniezioni di allegria.

i twitteri del Festival del Fundraising 2012

Ho ascoltato tanto, condiviso esperienze, capito la potenzialità dei social network ed è anche questa una novità che voglio applicare nella mia professione.

Al Festival del Fundraising devo riconoscenza per avermi fatto capire che ero una potenziale fundraiser e a Beatrice Lentati ne devo altrettanta per avermi spalancato una finestra su questo mondo che non conoscevo. Allora ero direttrice organizzativa dell’Archivio dei diari e non sapevo di voler fare la fundraiser.
Ora mi sembra di non aver mai voluto fare altro.

E da domattina prima di accendere il computer un po’ di juggling.

Mi riguarda l’ultimo spettacolo di Mario Perrotta. Mi colpisce, mi coinvolge. Mi appassiona. Nel mio stare tutto il giorno davanti alla schermo di un computer mi rifletto in Bouvard e nel suo doppio Pecuchet. Anche per me la tastiera è una protesi, e quante ne ho fatte fuori sbattendo come loro con forza sui tasti, con la deformazione del mio primo addestramento Olivetti lettera 22. Credo di essere più sociale e socievole rispetto a loro, perché credo di stare bene fra la gente, di avere affetti reali, di cedere ai sentimenti, di usare i social network in modo appropriato, senza ossessioni e dipendenze. Ma forse è solo una consolazione.
Vedersi riflessa in Bouvard e Pecuchet è una sensazione sgradevole. Questo è stato il mio primo impatto con lo spettacolo, personale, di coinvolgimento vero, di “messa a nudo”. Sarà per questo riconoscersi che sono indulgente e benevola verso di loro? Dovrei commiserarli e invece mi inteneriscono. Dovrei giudicarli e invece mi fanno simpatia. Se il teatro deve scuotere e provocare reazioni questo spettacolo di sicuro non lascia indifferenti. E vale la pena vederlo non solo perché gli attori sono tutti bravissimi, e la messa in scena è densa e emozionante, ma anche perché, come gli altri due capitoli della trilogia, parla di noi, in modo spietato e senza indulgenze.

Mario Perrotta © foto di Luigi Burroni

Bouvard e Pecuchet sono due individui che nascondono le loro fragilità  nell’arroganza del sapere, con l’obiettivo presuntuoso di analizzare il genere umano e la stupidità che pervade il mondo. Volontariamente reclusi, finiscono per analizzare anche loro stessi, come topi da laboratorio. Sono vicini, simili, ma afflitti da incomunicabilità nonostante le molte parole che si vomitano addosso. A guardare bene sono due di tanti, replicati all’infinito come le stelle del firmamento. Desolatamente uguali. Impauriti dalla vita, dal sesso, dall’amore, non li salva la conoscenza, né l’ironia, né la fede. Incapaci di agire, stanno rintanati nel loro rassicurante mondo asfittico. Tradotti ai giorni nostri, Bouvard e Pecuchet, misurano il loro sapere usando internet. Mai per uscire dal loro isolamento ma, anzi, per avvitarsi sempre più dentro loro stessi. Bouvard ha una sua pagina Facebook con un unico amico, Pecuchet. E viceversa.

Dividono il loro isolamento due “servi muti”, tenere figurine che appena li sfiorano in un sussulto di umanità che non li contagia. Privi di parole, ma molto più comunicativi e in sintonia rispetto ai loro padroni, la “muta” e il “muto” ci regalano i gesti e i suoni della poesia. Si muovono con grazia, hanno gli occhi accesi da sentimenti di gratitudine e affetto, sussultano per un nonnulla, sono sospesi come tutte le anime semplici che non si fanno troppe domande. La loro presenza è un sottofondo rassicurante che attira lo sguardo dello spettatore e a tratti riesce a scalfire la corazza con la quale Bouvard e Pecuchet hanno rivestito ogni angolo della loro anima.

Lorenzo Ansaloni e Paola Roscioli © foto di Luigi Burroni

È uno spettacolo triste dove si ride anche, ma di un’ironia dolorosa. Cupo finale di una trilogia sull’individuo sociale che dal suo primo capitolo si è annunciata come una discesa verso la solitudine senza appello. L’individuo sociale è un uomo solo, perduto, incapace di confrontarsi con gli altri. Può parlare solo con se stesso o con un suo doppio. E si riproduce su internet.
Falliti nei loro esperimenti di conoscenza, di ricerca di Dio, di amore per la logica, falliti nell’unica via che viene loro offerta, proprio dalla “muta” che dichiara il suo amore a entrambi, i due provano ad affacciarsi al mondo grazie alla rete che restituisce la vita reale schermata. Ma è una vita piena di merda che li rintana ancora di più, contaminandoli, denudandoli.

Non c’è salvezza. Non c’è via d’uscita. Falliti anche nei loro tentativi di suicidio, Bouvard e Pecuchet sono costretti a vivere questa “bestia di vita” e imprecano contro l’autore che li lascia così, a mezzo, incompiuti.

Lorenzo Ansaloni e Mario Arcari © foto di Luigi Burroni

INFO
la scheda dello spettacolo nel sito di Mario Perrotta
Premio Speciale Ubu 2011
ATTO FINALE – FLAUBERT
uno spettacolo di Mario Perrotta
da “Bouvard et Pécuchet” di Flaubert
regia di Mario Perrotta
con Mario Perrotta, Lorenzo Ansaloni, Paola Roscioli e Mario Arcari
musiche dal vivo eseguite da Mario Arcari (pianoforte)
video e montaggio di Chiara Idrusa Scrimieri
aiuto regia Alessandro Migliucci
responsabile tecnico Carlo Corticelli
tecnico luci Eva Bruno
organizzazione Stefano Salerno

Fino al suo ultimo giorno di vita Saverio Tutino ha compiuto e rincorso il gesto di scrivere. Quel movimento che permette alla penna di scorrere sulla carta componendo il pensiero, dando forma al flusso vitale del racconto scritto. Saverio Tutino ha concluso la sua vita quando ha smesso di scrivere. Ma questa tensione è ancora evidente sul suo corpo inerte.
Sono andata a porgergli l’ultimo saluto, nella camera ardente del San Raffaele di Roma, in via della Pisana.
La stanza è scarna, inadeguata alla grandezza del personaggio. Saverio indossa un completo grigio elegante, ha la camicia azzurra, niente cravatta. Il bastone marrone scuro lucido, compagno dei suoi ultimi anni, sembra far presagire la sua prossima fuga, chissà dove.
Non riesco a distogliere lo sguardo dalle sue mani che sono disposte in una posa strana, sospesa, innaturale. La mano sinistra, con fatica, trattiene due dita della destra. Le altre si protendono staccandosi dal corpo, sospinte in alto, senza appoggio. Sembrano volersi divincolare dalla stretta.
La mano sinistra dice alla destra che basta, è arrivato il momento di fermarsi, di cedere. La destra non vorrebbe, si contorce, vuole continuare a scrivere, a correre sicura sul foglio di carta, con la penna, dipanando una grafia piana che ho imparato a riconoscere venticinque anni fa, e che somiglia un po’ alla mia.

Sua moglie Gloria ha un sorriso dolente e lo sguardo perso di chi sa che l’attende un dopo. Ed è un dopo fatto di vuoto, assenza, stanze solitarie e una mole di ricordi che faranno male a lungo prima di consolarla.
Mi fa un regalo inatteso perché io non chiedo niente. Me ne sto lì in silenzio. Mi racconta che all’ospedale, nei suoi ultimi giorni di vita, Saverio, che ormai non parlava più, “chiedeva” di scrivere. Lei gli dava carta e penna e Saverio componeva le parole che gli si materializzavano nella testa. Scriveva. Faceva scorrere la penna sul foglio. Senza più rapidità, senza più compiutezza di frasi, senza narrazione, senza foga. Piano, con fatica, ma nitidamente, scriveva. Compiva il gesto, quel gesto.
Ecco che allora la sua mano destra mi racconta ancora un mondo, mi lascia ancora un’immagine forte di questo uomo, maestro, un po’ padre, che ho avuto la fortuna di incontrare.
La mano destra cerca ancora il gesto. Rimane sospesa, interrotta, ma viva.

Sono andata alla camera ardente del San Raffaele di via della Pisana a cercare la mia ultima immagine di Saverio Tutino. E ho capito che la sua vita si è fermata quando la sua mano destra non è stata più in grado di scrivere.
Potevo tenere per me questa immagine e conservarla come un regalo prezioso, ma ho sentito forte il desiderio di raccontarla. Non vedevo l’ora di entrare in casa, prendere carta e penna (il computer dopo, non ora), sedermi e compiere il gesto, come se me lo avesse chiesto lui.

Bisogna ancora muoversi, andare a vedere le cose con i propri occhi, come diceva sempre Saverio, bisogna ancora prendere carta e penna, consumare l’inchiostro, fare il gesto. Quel gesto. Più importante delle lacrime, delle commemorazioni. Bisogna scrivere perché le parole sulla carta sono solchi, tracce che lasciamo nel mondo. Sono la prova sudata che siamo stati lì, abbiamo visto, abbiamo vissuto, ne siamo testimoni. E vogliamo scriverlo. Fino al nostro ultimo giorno di vita.

Pieve Santo Stefano, 30/11/2011 ore 0:15

Emozioni da Premio Pieve

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L’ultimo dei miei otto nipoti si chiama Filippo e ha dodici anni. Due anni fa mia sorella lo portò a uno degli incontri del Premio Pieve, quello in cui Edgarda Ferri parlava del suo libro su Orlando Orlandi Posti, “Uno dei tanti”.

Filippo rimane folgorato dalla storia di Orlando, un giovane vissuto troppo poco in un’epoca che pare così lontana dagli interessi di mio nipote. Orlando, Opo, è uno dei martiri delle Fosse Ardeatine, trucidato il 24 marzo 1944 appena diciottenne con altri 334 dopo aver passato quasi due mesi chiuso nella cella n. 5 del carcere di Via Tasso. Opo riesce a inviare alla madre dei pezzettini di carta scritti che contengono poche parole affettuose. Li arrotola e li infila nei colletti delle camicie che manda a lavare. I foglietti di Orlando sono uno dei simboli dell’Archivio di Pieve. Indimenticabili per chi li vede e li “ascolta”. Noi tutti siamo legati a Opo, la sua storia ci commuove e scuote ogni volta. Ma non avevo pensato potesse essere così d’impatto anche per un ragazzino di dieci anni. Filippo vuole comprare il libro-diario di Orlando, si incolla davanti alla bacheca che espone i foglietti originali e spesso da allora mi parla di Opo con ammirazione.

i foglietti di Orlando (foto di Luigi Burroni)

Quando la sera di sabato 10 settembre va in scena alle 20,30 al Teatro Comunale di Pieve lo spettacolo di Mario Perrotta “Il paese dei diari” in sala c’è Saverio Tutino e la sua presenza permea l’aria di un’emozione aggiuntiva. Prendono forma e senso le descrizioni del luogo, i gradini, la sala consiliare, e i simboli più noti dell’Archivio, il Lenzuolo di Clelia, le “pacene” di Rabito”, i calendari di Ida, i foglietti di Orlando…

Paola Roscioli e Mario Perrotta si alternano nel racconto di questi simboli e danno vita ai protagonisti della storia dell’Archivio con grande intensità e giustizia.

C’è anche mio nipote Filippo a quella replica. Assiste in silenzio, attento, partecipe. Alla fine viene da me felice e mi dice “lo spettacolo mi è piaciuto tantissimo, però ci avevo visto giusto due anni fa, la storia di Orlando è la più bella. Mi porti a conoscere Saverio Tutino?”. Gli spiego che Saverio è una persona anziana, che sta andando via subito a casa, che sarà stanco. Ma mio nipote è uno che non accetta molte giustificazioni e vuole per forza salutare Tutino “gli voglio solo stringere la mano, zia, per ringraziarlo di aver fatto l’Archivio, così è arrivato il diario di Orlando”.

Dribblo la folla che esce accalcata sui sedici gradini tenendo mio nipote per mano, cerco Tutino che, come immaginavo sta andando via. Dico a Saverio e a sua moglie Gloria (ma ci sono anche Alessandro, il fratello di Saverio e Mario Dondero) che mio nipote vuole stringergli la mano per ringraziarlo di aver fatto l’Archivio, così è arrivata la storia di Orlando Orlando Posti. Definirei mio nipote un ragazzino irruento, spavaldo, a volte invadente, ma al cospetto di Tutino sembra timido e delicato e come di fronte a un gigante. Gli stringe la mano e non sa che dire. Riesce solo a pronunciare poche parole, ringrazia Saverio, gli dice “io sono innamorato della storia di Orlando”. La scena non mi lascia indifferente. Emozioni da Premio Pieve.

Dopo tre giorni mi chiama Filippo al telefono: “zia ti volevo dire che per me Saverio Tutino è come Valentino Rossi”.

Un debutto è un debutto. Aspettative, stress, ansia, curiosità, fatica, corse, pause forzate, dubbi, tagli, dimenticanze più o meno gravi (mannaggia, non ho invitato…) sono solo alcuni compagni di viaggio che precedono l’attimo prima di andare in scena.

Il teatro della Bicchieraia di Arezzo registra da giorni il “tutto esaurito” per la prima de Il paese dei diari di Mario Perrotta. Ore 21,00 del 24 marzo 2011. Invece io sono tranquilla. Stranamente.

Ho voluto fortemente questo spettacolo e credo sia un passo importante per l’Archivio. Unire in un progetto unico due delle mie più grandi passioni – l’archivio dei diari e il teatro – è un sogno che prende concretezza. È dai tempi della gestione del teatro di Pieve con la mia vecchia associazione che penso di creare a Pieve una rassegna teatrale con una forte connotazione sulla memoria. Adesso che ho una nuova associazione continua a piacermi l’idea. Avrei anche il nome per la direzione artistica.

La preparazione di questo spettacolo mi ha riportata nel teatro di Pieve. Ci abbiamo faticato un giorno intero per togliergli l’aspetto di abbandono accumulato in due anni di chiusura. Faticare dentro un teatro è una sensazione che mi è sempre piaciuta. Faticare per uno scopo, intendo. Il teatro di Pieve è al piano superiore dei sedici gradini raccontati da Perrotta nel suo libro e nel suo spettacolo. Sarebbe stato il luogo ideale per la prima, ma è chiuso per lavori. Ci concedono il palco per l’allestimento: è importante che lo spettacolo prenda forma proprio qui, nel paese dei diari. Nessuno assiste alle prove. L’evento di Arezzo è per tutti una sorpresa.

Il paese dei diari © foto di Luigi Burroni

Ore 21,00 del 24 marzo 2011. Paola Roscioli e Mario Perrotta attraversano la platea, salgono sul proscenio, salutano il pubblico e lo conducono dentro l’Archivio dei diari a respirare da vicino l’atmosfera ammaliatrice di quel luogo. Una malia che ti trascina e ti cambia la prospettiva. Ti dà un senso. Penso. Io nella vita ho fatto questo: ho cercato di salvare un pezzo della memoria del nostro paese, seguendo l’idea folle e rivoluzionaria di Saverio Tutino che a un certo punto della sua esistenza ha capito che sono i singoli, con i loro piccoli apparentemente scollegati pezzi di vita, a “fare la storia”.

Questo spettacolo che non si deve raccontare ma solo vedere, parla anche di me. Di quel sogno romantico di appartenenza, di significato, di appagamento che mi coglie ogni volta che guardo i diari, i “miei” diari, allineati in ordine alfabetico negli scaffali dell’archivio. Della tanta gratitudine che ho letto negli occhi di chi all’Archivio ha affidato la sua vita o quella di una persona cara. Delle migliaia di nomi che presidiano la mia memoria: Ida, Vincenzo, Luisa, Stefano, Antonio, Claudio, Angelo, Gaetano, Orlando, Emilia, Attilio, Clelia, Leo, Margherita, Otello, Eufrosina, Egidio, Dora, Augusto e Alceste, Ginetta e Pino, Antonina, Tommaso, Sisto, Raffaele, Daniele, Concetta, eccetera, eccetera, eccetera.

Mario Perrotta rende un omaggio speciale a questo luogo e al suo fondatore con il suo spettacolo. E si mette in gioco anche lui, autobiograficamente. Perché si capisce che la scelta di stare in scena con la sua compagna di lavoro e di vita Paola Roscioli, non è solo una scelta artistica. C’entra con il bisogno di condividere le cose belle con le persone che ami. C’entra con l’attaccamento che anche Paola ha per l’Archivio dei diari. C’entra con il fatto che lei c’era nei momenti importanti e quindi meglio di altri può restituire l’emozione di questo percorso alla scoperta dell’Archivio, della storia di Tutino che l’ha fondato, delle piccole storie che non sono chiuse lì dentro, ma liberate lì dentro. Vedere per credere.

81 anime senza pace

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Entro nel grande padiglione tomba del DC9 che il 27 giugno del 1980 si inabissò al largo di Ustica. Un enorme inquietante scheletro di metallo accoglie i resti dell’aereo, minuziosamente ricomposti dopo il difficile recupero in fondo alle acque del Tirreno.

Il Museo per la memoria di Ustica, costruito a Bologna in via di Saliceto, ospita un’installazione permanente creata da Christian Boltanski nel 2007. Un luogo della memoria, un rito d’omaggio in ricordo delle 81 anime che non hanno trovato pace nel loro ingiusto misterioso passaggio nell’aldilà.

Un modo efficace di mettere l’arte al servizio dell’impegno civile. Perché la memoria è un dovere civile. Perché anche chi non ha letto una riga su questo episodio tragico della storia del nostro paese, anche chi è stato colpevolmente indifferente per trent’anni, non può rimanerlo dopo aver visitato questo luogo. Penso.

Nel silenzio dello spazio dove incombe il DC9 Itavia, illuminato dalla luce che filtra dall’esterno in simbiosi con le variazioni stagionali per volere dell’artista, si odono voci sommesse, sussurri che paiono grida. 81 timbri diversi e diverse narrazioni, emanate come un’essenza da 81 specchi neri appesi alle pareti, che circondano la carcassa dell’aereo in un abbraccio doloroso.

Sono frasi ordinarie, quotidiane, angoscianti nella loro banalità, pensieri ad alta voce dei passeggeri in volo, interrotti dallo schianto. Il bisbiglio si intreccia nella sala. Si deve percorrere il perimetro lentamente, avvicinandosi in silenzio a ognuno degli specchi neri per cogliere ogni frase e ogni sfumatura dialettale nelle voci. Le ascolto e riascolto tutte per due volte. Alcune sono di bambini.

Ho paura di dormire dai nonni. Ci sono i topi nella soffitta.

 

Per otto giorni non fare niente, solo dormire, mangiare e riposarmi.

 

Ah, per un po’ tutte le stronzate le lascio a Bologna.

 

Il notaio è disonesto, devo stare attento.

 

Quando vedo Stefania facciamo l’amore tutta la notte.

il Museo per la memoria di Ustica © foto di Luigi Burroni

Sopra la sagoma dell’aereo pendono 81 lampadine che irradiano una luce, sommessa, con evidenti variazioni. La luce sale e scende, diventando flebile senza mai spegnersi. Ed è proprio questo filo che non si spezza, questo fuoco che non si rassegna, a rendere l’opera viva, urgente, utile.

L’arte non deve spiegare, deve creare curiosità, coscienza, partecipazione.

Con grande rispetto per ogni piccolo frammento di questa storia, Boltanski ha incontrato i parenti delle vittime e ha costruito con loro un luogo che li rappresenti senza violentare la memoria dei loro cari. Così, gli oggetti recuperati, strazianti brandelli di una quotidianità perduta, giacciono intorno all’aereo sepolti dentro scatole nere che li separano dalla vista del visitatore. Non esibiti, ma presenti, in una ricomposizione che pare un rito funebre compiuto in silenzio. Per vedere gli oggetti, volutamente fotografati in piccole dimensioni e in bianco e nero, occorre chiedere un opuscolo, inventario doloroso di abiti, appunti, accessori, brandelli di vita.

Suona un telefonino e un indaffarato uomo di mezza età risponde a voce alta, stridula, irriverente. Gli rivolgo un inutile lampo di disapprovazione che non coglie, preso com’è a raccontare compiaciuto dove si trova, proprio oggi che è la ricorrenza dei trent’anni dalla strage. Per alcuni non c’è speranza, e anche l’arte diventa inutile. Penso.

Bologna, 27 giugno 2010

Edizione notevole questa ventiseiesima del premio dei diari. Ogni volta che ci avviciniamo al premio mi viene voglia di proporre una raccolta firme per abolirlo, tanto mi sembra faticoso e al di sopra delle forze fisiche e finanziarie dell’Archivio dei diari. Poi quando il premio è passato lascia una scia tale di entusiasmo in tutti che penso sia impossibile farne a meno…

La mia associazione ha affrontato il suo primo Premio Pieve con discrezione e sobrietà, occupandosi in modo specifico di due allestimenti, quello della stanza del Lenzuolo e quello della Libreria.

Soddisfatta? Direi proprio di sì.
Loretta

In uno dei suoi versi più popolari Francesco De Gregori ci ricorda che la storia siamo noi, nessuno si senta escluso. Anche Mario Perrotta, nel mettere in scena Aristofane a suo modo, ci ricorda che sta raccontando di noi, nessuno si senta escluso.

I Cavalieri / Aristofane Cabaret © foto di Luigi Burroni

Siamo noi ad agitarci e a sbraitare su quel palco animati da sei bravissimi attori. Siamo noi a inveire contro gli extracomunitari che ci rubano il lavoro, a fare i furbi pagando in nero, siamo noi ad arraffare, fregarcene, dire la nostra su tutto anche quando non abbiamo argomenti e conoscenza.

Siamo noi il popolo che è governato da chi meglio lo rappresenta.

È nostra la colpevole indifferenza, l’incapacità di imparare dai nostri errori che replichiamo all’infinito, la volontà di cambiare tutto perché nulla cambi.

Supini a ogni forma di ingiustizia purché non tocchi il nostro prezioso privatissimo interesse, incapaci di sacrificarci, di indignarci veramente, di resistere, di reagire. Assuefatti alla televisione-tavor, al pressappochismo, convinti che vince chi urla di più, tarati sui decibel non sui contenuti, usciamo di scena malmenati e insultati ed è quello che ci meritiamo.

Nella testa le facili melodie delle canzonette che abbiamo ascoltato (scritte e musicate dallo stesso Perrotta con la supervisione di Mario Arcari), note orecchiabili cucite su versi terribili che non risparmiano i vari aspetti della vita politica e sociale.

“Mi sento solo nel Parlamento, c’è un gran silenzio che fa spavento. In questo vuoto che è pneumatico, non c’è più niente di democratico. Qui se ne sbattono, qui se ne fottono…”.

“Me ne fotto della crisi, pago in nero e non ci penso, c’ho lo sconto sul compenso, dal dentista e dal dottor”.

“Figli che ammazzeno madri, madri che ammazzeno figli, scannati come conigli, questo è un eccesso d’amore…”

Lo spettacolo è tanto divertente quanto amaro. E ancor più amaro perché si ride gran parte del tempo. Di noi stessi.

Impietoso becero e irriverente, questo Mario Perrotta è ancora una sorpresa dopo Cincali, Odissea, Misantropo. Capace di stupire con nuovi linguaggi, perfettamente a suo agio nel registro del cabaret che gli è utile per portare il racconto al livello più popolare possibile.

Gli attori dell’ormai collaudata compagnia di Perrotta sono tutti bravi e tutti da citare: Donatella Allegro, Lorenzo Ansaloni, Giovanni Dispenza, Paola Roscioli, Maria Grazia Solano. A loro agio con monologhi, canzoni, movimenti coreografati e strumenti musicali. Sono un coro orchestrato con grande mestiere nel quale si incastra perfettamente Mario Arcari, alle prese con i mille strumenti che suona, a lato del palco.

“Questo non è Aristofane” è la battuta d’esordio pronunciata dallo stesso Perrotta. Ma è Aristofane eccome, citato più volte letteralmente, da “I Cavalieri”, “Lisistrata”, “Donne all’assemblea”,  reincarnato in un plausibile Aristofane d’attualità venuto a raccontarci i nostri tempi scellerati. Non si sa chi scegliere fra il salsicciaio ignorante e rozzo de “I Cavalieri” e l’uomo nuovo, che dovrebbe offrire l’improbabile alternativa allo strapotere del signore del telecomando.

I Cavalieri / Aristofane Cabaret © foto di Luigi Burroni

Nel capitolo finale la rabbia si assottiglia, le invettive si stemperano, gli argomenti urlati e ripetuti nella prima parte si svelano per quello che sono, niente altro che singhiozzi impastati da luoghi comuni. Meglio minimizzare, lasciar correre, campare alla giornata. Quello che conta veramente è mangiare, fottere, arraffare, bere e cacare.

Finisce così. Senza appello. Senza riscatto.

Ma sì, tocca riconoscerlo. Ci vuole una bella dose di genialità per trasformare la propria presenza al concerto-contenitore del 1° maggio in un evento. Una miscela perfetta di spettacolo, teatralità, musica di quella che ti fa ballare per forza (il morso della taranta del Ballo di San Vito su tutte) suggestione quasi mistica e impegno politico.

Vinicio Capossela è un generoso e un passionale. Uno che pensa. L’intervento di Enzo Del Re riscatta tutte le canzoni di lotta che il 1° maggio dovrebbe onorare ma che finisce sempre per mettere un po’ in un angolo. “Lavorare con lentezza” l’avevo sentita solo nel film su Radio Alice di Guido Chiesa. Ed è una di quelle canzoni che non ti dimentichi. Beh, non mi ero mai preoccupata di rincorrere la curiosità e andare a vedere chi l’aveva composta, lo ammetto. Perciò quando si è materializzata sul palco sotto lo sguardo sornione di Capossella, con il solo accompagnamento di una sedia, mi sono detta che Vinicio è un genio, non c’è niente da fare. “Enzo Del Re è una presenza che non dovrebbe mai mancare su questo palco”, ha detto Vinicio. Il pubblico era un po’ spiazzato ma si è fidato. E ha fatto bene.

Sull’onda emotiva, dunque, non solo faccio ammenda. Nel senso che a me Vinicio Capossela è sempre piaciuto. Ho comprato i suoi dischi, ho seguito in parte la sua evoluzione artistica, ascoltato le sue interviste. Ma, come spesso mi capita quando un personaggio è molto amato, non mi spertico in lodi, mi tiro in disparte e minimizzo, subendo l’entusiasmo degli altri senza condividerlo. Ho la sindrome dell’anti-fan. Nel senso che ho quasi paura di essere scambiata per una fan, una che segue la scia, che dice “io c’ero”, e fa parte dello sterminato popolo di esperti e  innamorati di Capossela.

I concerti di Capossela sono veramente imperdibili. Non sono nemmeno concerti ma teatro e musica. Quindi non solo faccio ammenda. Eccomi qua a “vantarmi” come una fan di averlo incontrato e conosciuto Vinicio Capossela.

Era il settembre del 1996. Siamo a Pieve Stefano al premio dei diari e Vinicio partecipa come ospite, invitato da Saverio Tutino. Non è ancora molto noto, il suo album “Il ballo di San Vito” uscirà da lì a un mese. E’ magro magro, con una camicia a scacchi bianchi e blu che ancora ricordo perfettamente. Ha l’aria vagamente spaesata, da timido, che ha conservato ancora. Cordiale e affabile, è interessato all’Archivio dei diari e alle persone che gravitano intorno all’iniziativa.

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Nello scorso mese di marzo una delegazione dell’Archivio dei diari è in Portogallo per una tappa di un progetto internazionale che ci vede partner. A Porto il 27 marzo c’è il concerto di Vinicio Capossela. I nostri colleghi dell’Archivio partecipano al concerto e lo aspettano alla fine, lo vanno a salutare e gli consegnano la borsina dell’Archivio. Lui si lascia fotografare con la borsina (della quale parlerò in uno dei prossimi post) e racconta che se lo ricorda bene Saverio Tutino e l’Archivio dei diari. Di più: dice che tornerebbe volentieri dopo quasi quindici anni.

Lo inviteremo di sicuro. Intanto io dal mio blog gli rivolgo un pensiero affettuoso e riconoscente.

Il post è dedicato al Laurone e a Nicola Maranesi, veri fan di Capossela. Non posso fare a meno di pensare a loro due ogni volta che ascolto un brano di  Vinicio.

Loretta e Vinicio

© foto di Giovanni Santi

Un anno fa a quest’ora la vita della gente de L’Aquila era ancora normale. Normale con un sottofondo costante di scosse sismiche, ma normale.

Un anno fa a quest’ora si era ancora al di qua della linea che demarca il prima dal dopo quando è in agguato un evento che travolgerà tutto.

Al di qua, c’è la città con i suoi palazzi signorili, le 99 chiese, i castelli, le piazze, le fontane, gente che dorme nel suo letto. I più paurosi con un borsone vicino alla porta con torce e coperte. Scivolano nel sonno ignari di andare incontro al disastro, 308 alla morte.

© foto di Marco d'Antonio

Sembrano passati pochi giorni ed è un anno intero. In mezzo, una città distrutta, le sue frazioni irriconoscibili, la sua gente in lutto usata come lo sfondo di un set cinematografico da una politica tronfia in cerca di consenso. Trattati come comparse silenti, considerati ingrati se aprono bocca.

Appena al di là della linea che segna le 3:32 della notte del 6 aprile, qualcuno, oscenamente, fiuta l’affare e ride, negli stessi attimi in cui altri a L’Aquila scavano a mani nude per strappare alla morte qualche vita. L’audio di questa telefonata deve essere ascoltato da tutti, con le proprie orecchie, come un dovere civile: audio della telefonata fra Piscitelli e Gagliardi.

C’è ancora molto da fare. Non solo là, in Abruzzo. Qualcosa si può fare anche da qui. Intanto occorre avere dubbi, sempre, su quanto ci mostrano. Perché la TV-reality alla quale siamo assuefatti racconta una storia che non rappresenta tutta la storia.

Andiamo a cercare anche altre notizie. Nel web ci sono. Andiamo a vedere con i nostri occhi, a sentire con le nostre orecchie. Ascoltiamola la gente de L’Aquila. Non costa fatica ascoltarli, leggerli, vedere i video che ci mostrano con la rabbia sana di chi vuole dire la sua, vuole partecipare, essere incluso, non gestito.

Ospito volentieri il pensiero che Nicoletta Bardi, terremotata aquilana, mi ha mandato al posto degli auguri di Pasqua. Perché le ricorrenze possono essere giorni lieti per alcuni e fardelli insopportabili per altri.

L’Aquila, 28 marzo 2010 ore 1,45

Inizio di temporale, casetta di legno che ospita un negozio, la commessa parla concitata al cellulare con la figlia: “Non piangere! Sono solo tuoni! Scendi dal signore del bar e chiedigli di stare vicino a lui. Non posso venire, sono troppo lontana!”. Il dopo-terremoto è anche questo: insieme alla paura, ormai endogena, la perdita dei punti di riferimento, lo spezzettamento delle parti che compongono la vita, le distanze, i fili che si sono rotti.

Enumerare le difficoltà sarebbe estenuante, non si riesce nemmeno a pensarci, eppure QUI viviamo e passo passo arranchiamo su queste giornate in cui niente sembra funzionare. Non siamo solo orfani di una città, e già questo ha implicazioni così devastanti da renderci tutti smarriti e attoniti, siamo orfani della nostra stessa vita e non ci rassegnamo a renderci conto che tornare alla normalità sarà un impegno titanico.

Allora nello spezzettamento generale, dei luoghi, dei tempi, delle energie, degli affetti, delle abitudini e di chissà che altro ancora, impariamo a poco a poco a spezzettare anche le difficoltà, e affrontiamo i problemi un po’ alla volta, opponendo le mani nude alle offese della terra e dell’uomo: imbracciamo le carriole e abbracciamo la persona che ci passa accanto.

Stare vicini, questa l’unica soluzione che apre uno spiraglio nella disperazione: “A forza di parlarci, cominciamo anche a capirci” dice il rap di un gruppo di giovanissimi musicisti del “cratere”: da soli ci si perde, e non si può che perdere. Nella condivisione dei percorsi, nella partecipazione alla ricostruzione della città, nel confronto tra cittadini, nell’assunzione collettiva di responsabilità e di impegno, nell’incontro delle nostre idee insieme alle nostre mani insieme ai nostri cuori; solo in tutto questo potremmo trovare la forza di guardare le case, le strade ed un domani il cielo, senza aver paura di inciampare nelle macerie vecchie e nuove che abbiamo davanti.

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